Siddharta

6 Lug 2025 | Letture Utili | 2 commenti

Una lettura di circa 7 minuti
Siddharta è un testo molto famoso e molto apprezzato, scritto da Hermann Hesse nel 1922.
Siamo nell’India del VI secolo a.C., il protagonista che dà il nome al romanzo è un giovane figlio di Bramino alla ricerca della verità profonda delle cose e alla ricerca di sé.
“Mai ho visto un uomo guardare, sorridere, sedere, camminare a quel modo – egli pensava – così veramente desidero anch’io saper guardare, sorridere, sedere e camminare, così libero, venerabile, modesto, aperto, infantile e misterioso. Così veramente guarda e cammina soltanto l’uomo che è disceso nell’intimo di se stesso. Bene, cercherò anch’io di discendere nell’intimo di me stesso.”

Siddharta
Il libro narra il viaggio di Siddharta e del suo amico Govinda.

Inizialmente li incontriamo come discepoli dei Bramini, imparano la dottrina, preghiere, riti e abluzioni.

Poi, insoddisfatti di quegli insegnamenti, decidono di partire insieme e si incamminano attraverso l’India alla ricerca di un insegnante che possa fornire loro le risposte alle tante domande sulla Vita.

Diventeranno per tanti anni poveri Samana del bosco; poi incontreranno Buddha, e Govinda resterà al suo seguito.

Ma Siddharta è inquieto, non trova risonanza con le dottrine insegnate, non riesce a trovare ancora le sue risposte.

Così continuerà il suo viaggio da solo, attraverserà il bosco e approderà nella città; lì diventerà mercante e conoscerà la passione, cose che sempre aveva guardato con altezzoso disgusto.

Poi di nuovo via, lontano per i boschi, e raggiungerà il fiume e il barcaiolo che traghetta i viaggiatori.

Sceglierà di vivere la stessa vita e lì inizierà a percepire una voce, la voce del fiume, la sua stessa voce.

Lì finalmente troverà le risposte alle sue innumerevoli domande sull’esistenza, ritrovando se stesso, diventando capace di amare.

Questo libro è un cammino.

Siddharta vaga per la Terra e per varie dottrine ed esperienze, proprio come noi esseri umani vaghiamo ogni giorno della nostra vita spesso senza meta, di sicuro senza guida; vivendo cerchiamo il significato della nostra vita, della Vita.

Ogni esperienza si incide in noi e ci trasforma.

Ogni conoscenza ci dona una tessera di mosaico per un manuale dell’esistenza che non ci è stato consegnato alla nascita.

E così, ognuno di noi è alla ricerca più o meno esplicita della propria verità.

Una via è mostrata in questo bel romanzo.

Siddharta

Di seguito ti lasciamo un breve estratto del libro.

«Non pronunciare», disse Govinda «non pronunciare così terribili parole, Siddharta! Come sarebbe possibile che fra tanti sapienti, fra tanti Brahmini, fra tanti austeri e venerabili Samana, fra tanti uomini che cercano, fra tanti uomini che si applicano con tutta l’anima loro, fra tanti santi non uno debba trovare la strada delle strade?».

Ma Siddharta rispose, con una voce in cui trapelavano a un tempo tristezza e dispetto, una voce lieve, un po’ triste, ma anche alquanto beffarda: «Presto, Govinda, il tuo amico abbandonerà questa via dei Samana che ha così a lungo percorso con te. Io soffro la sete, o Govinda, e su questa lunga via dei Samana la mia sete non si è per nulla placata. Sempre ho sofferto la sete del sapere, sempre sono stato pieno d’interrogativi.

Ho interrogato i Brahmini, d’anno in anno, ho interrogato i sacri Veda, di anno in anno. Forse, o Govinda, sarebbe stato altrettanto saggio e altrettanto utile interrogare il rinoceronte o lo scimpanzé. Lungo tempo ho impiegato, Govinda, e non ne sono ancora venuto a capo, per imparare questo: che non si può imparare nulla! Nella realtà non esiste, io credo, quella cosa che chiamiamo “imparare”.

C’è soltanto, o amico, un sapere, che è ovunque, che è Atman, che è in me e in te e in ogni essere. E così comincio a credere: questo sapere non ha nessun peggior nemico che il voler sapere, che l’imparare».

[…]

Cammin facendo Siddharta si ricordò anche di tutto ciò che gli era successo nel giardino Jetavana, della dottrina che vi aveva ascoltato, del Buddha divino, della separazione da Govinda, della conversazione col Sublime.

Gli ritornarono alla mente le sue stesse parole, quelle che aveva detto al Sublime, ogni parola, e con stupore si accorgeva che in quella occasione aveva detto cose di cui, allora, non aveva ancora esatta coscienza. Ciò ch’egli aveva detto a Gotama: che il segreto e il tesoro di lui, del Buddha, non era la dottrina, ma l’inesprimibile e ininsegnabile ch’egli una volta aveva vissuto nell’ora della sua illuminazione, questo era appunto ciò che egli cominciava ora a esperimentare.

Di se stesso doveva far ora esperienza. Già da un pezzo s’era persuaso che il suo stesso Io era l’Atman, di natura ugualmente eterna che quella di Brahma. Ma mai aveva realmente trovato questo suo Io, perché aveva voluto pigliarlo con la rete del pensiero.

Anche se il corpo non era certamente quest’Io, e non lo era il gioco dei sensi, però non era l’Io neppure il pensiero, non l’intelletto, non la saggezza acquisita, non l’arte appresa di trarre conclusioni e dal già pensato dedurre nuovi pensieri.

No, anche questo mondo del pensiero restava di qua, e non conduceva a nessuna meta uccidere l’accidentale Io dei sensi per impinguare il non meno accidentale Io del pensiero.

Belle cose l’una e l’altra, il senso e i pensieri, dietro alle quali stava nascosto il significato ultimo; a entrambe occorreva porgere ascolto, entrambe occorreva esercitare, entrambe bisognava guardarsi dal disprezzare o dal sopravvalutare, di entrambe occorreva servirsi per origliare alle voci più profonde dell’Io.

A nulla egli voleva d’ora innanzi aspirare, se non a ciò cui la voce gli comandasse d’aspirare, in nessun luogo indugiarsi, se non dove glielo consigliasse la voce.

Perché un giorno Gotama, nell’ora fatidica, s’era seduto sotto l’albero del Bo, dove l’illuminazione scese in lui?

Aveva udito una voce, una voce nel proprio cuore, che gli ordinava di cercar riposo sotto quell’albero, ed egli non aveva anteposto penitenze, sacrifici, abluzioni o preghiera, non cibo o bevanda, non sonno né sogni; egli aveva obbedito alla voce.

Obbedire così, non a un comando esterno, ma solo alla voce, essere pronto così, questo era bene, questo era necessario, null’altro era necessario.

[…]

«Quando qualcuno cerca» rispose Siddharta «allora accade facilmente che il suo occhio perda la capacità di vedere ogni altra cosa, fuori di quella che cerca, e che egli non riesca a trovar nulla, non possa assorbir nulla, in sé, perché pensa, sempre unicamente a ciò che cerca, perché ha uno scopo, perché è posseduto dal suo scopo.

Cercare significa: avere uno scopo. Ma trovare significa: esser libero, restare aperto, non aver scopo. Tu, venerabile, sei forse di fatto uno che cerca, poiché, perseguendo il tuo scopo, non vedi tante cose che ti stanno davanti agli occhi».

[…]

Rispose Siddharta: «Ho avuto pensieri, sì, e princìpi, e come! Tante volte ho sentito in me il sapere, per un’ora o per un giorno così come si sente la vita nel proprio cuore. Molti pensieri furono quelli, ma mi sarebbe difficile fartene parte.

Vedi, Govinda, questo è uno dei miei pensieri, di quelli che ho trovato io: la saggezza non è comunicabile. La saggezza che un dotto tenta di comunicare ad altri, ha sempre un suono di pazzia».

«Vuoi scherzare?» chiese Govinda.

«Non scherzo. Dico quel che ho trovato. La scienza si può comunicare, ma la saggezza no. Si può trovarla, si può viverla, si può farsene portare, si possono fare miracoli con essa, ma dirla e insegnarla non si può. Questo era ciò che da giovane avevo più d’una volta presentito e che mi ha tenuto lontano dai maestri.

Ho trovato un pensiero, Govinda, che tu riterrai di nuovo uno scherzo o una sciocchezza, ma che è il migliore di tutti i miei pensieri.

Ed è questo: d’ogni verità anche il contrario è vero!

In altri termini: una verità si lascia enunciare e tradurre in parole soltanto quando è unilaterale. E unilaterale è tutto ciò che può essere concepito in pensieri ed espresso in parole, tutto unilaterale, tutto dimidiato, tutto privo di totalità, di sfericità, di unità.

Quando il sublime Gotama nel suo insegnamento parlava del mondo, era costretto a dividerlo in samsara e nirvana, in illusione e verità, sofferenza e liberazione. Non si può far diversamente, non c’è altra via per chi vuol insegnare.

Ma il mondo in sé, cioè che esiste intorno a noi e in noi, non è unilaterale. Mai un uomo, un atto, è tutto samsara o tutto nirvana, mai un uomo è interamente santo o interamente peccatore.

Sembra così, perché noi siamo soggetti alla illusione che il tempo sia qualcosa di reale. Il tempo non è reale, Govinda; questo io l’ho appreso ripetutamente, in più d’una occasione.

E se il tempo non è reale, allora anche la discontinuità che sembra esservi tra il mondo e l’eternità, tra il male e il bene, è un’illusione».

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2 Commenti

  1. Lorenzo

    Assolutamente, e piu’ di una volta da adolescente. Erano i tempi della scuola. Parliamo degli anni ’90. Uno dei primi libri che ho amato. Da li’ e’ cominicato il mio amore per i libri spirituali. Pensavo che i libri fossero tutti noiosi come i testi scolastici fino a quel momento. Adesso non mi ricordo piu’ molto di quel libro, dovrei rileggerlo, ma ci sono talmente tanti bei libri da leggere!

    Rispondi
    • Episcienza e Biofotoni

      Che bella testimonianza, Lorenzo! Siddharta è proprio uno di quei libri che invitano ad approfondire i tanti temi trattati, e – come ha ben detto – ce ne sono moltissimi da leggere… a volte, però, fa bene tornare a dare un’occhiata dove tutto è iniziato, non trova? Buone letture!

      Rispondi

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