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Il titolo originario del libro che ti presentiamo oggi è “La prova che il paradiso esiste: il viaggio nella vita oltre la morte di un neurochirurgo”.

Si tratta di un libro autobiografico.

Il neurochirurgo americano Eben Alexander, uomo di scienza estremamente razionale e scettico, nel 2008, a causa di una improvvisa e rara malattia, entra in coma per una settimana.

Lo stato di salute del suo corpo peggiora di ora in ora e le funzioni cerebrali si spengono quasi del tutto, non reagisce agli antibiotici e a nessuna cura.

Il personale dell’ospedale, i colleghi del dottor Alexander, non riescono a venirne a capo.

I familiari chiedono agli amici di pregare per lui.

Sembra non vi sia alcuna speranza.

Eppure, dopo sette giorni, il malato, inaspettatamente, si risveglia senza riportare alcun danno al cervello.

Chi sa se forse vivere è morire e morire è vivere.

Euripide
Il libro si svolge su tre binari contemporanei:

1. il punto di vista delle persone che stanno attorno a Eben e cercano di aiutarlo, in particolare medici e familiari, con la conseguente tensione ed emozione che deriva dagli sforzi per curarlo e la frustrazione dei risultati nulli;

2. i ricordi del suo passato recente e dell’infanzia, che svelano al lettore la vita personale del neurochirurgo;

3. il punto di vista di Eben stesso, colui che nel frattempo viaggia in una dimensione diversa, lontana dalle angosce quotidiane, esploratore di nuove realtà inevitabilmente collegate a quella da cui si allontanava.

Nel libro, Eben cita alcune sue esperienze professionali in ospedale, durante le quali i suoi pazienti gli avevano raccontato le proprie esperienze nell’aldilà. Lui le aveva considerato allucinazioni senza fondo di verità.

Da bravo scienziato inserisce un’appendice completa e minuziosa in cui spiega il funzionamento del cervello umano e il parere dell’infettivologo, scartando ogni possibile giustificazione medica al comportamento del proprio cervello, fornendo quindi argomentazioni valide e logiche al suo viaggio.

Una curiosità sul titolo italiano: “Milioni di farfalle” prende spunto da uno dei momenti il cui l’autore si ritrova circondato da farfalle, in un luogo di leggerezza e gioia. Accanto a lui vi è una guida che pronuncia parole che toccano anche il cuore del lettore: “Sarai amato e protetto per sempre. Non hai nulla da temere. Non c’è niente di sbagliato che tu possa fare.”

Milioni di farfalle

Di seguito ti lasciamo un breve estratto del libro.

Oggi gran parte degli scienziati ritiene che la coscienza umana sia composta da informazioni digitali, cioè dati fondamentalmente dello stesso tipo di quelli usati dai computer.

Anche se alcuni di questi dati – un tramonto, una sinfonia – possono apparirci più intensi o speciali rispetto alle innumerevoli altre informazioni immagazzinate nel nostro cervello, questa è solo un’illusione.

Tutti i frammenti, infatti, sono qualitativamente gli stessi. La nostra materia grigia modella la realtà esterna trasformando le informazioni acquisite tramite i sensi in un ricco affresco digitale. Ma le nostre percezioni sono soltanto un modello, non la realtà. Un’illusione.

Questo naturalmente era anche il mio punto di vista.

Ricordo che all’università, ogni tanto mi capitava di sentire affermare che la coscienza non è altro che un programma informatico molto complesso.

Questi dibattiti suggerivano che i circa dieci miliardi di neuroni in costante attività nel nostro cervello sono in grado di produrre coscienza e memoria per tutta una vita.

Per comprendere come il nostro cervello possa effettivamente bloccare l’accesso alla conoscenza dei mondi superiori è necessario accettare, almeno ipoteticamente e temporaneamente, che non è il cervello a produrre coscienza.

È piuttosto una specie di valvola o di filtro che riduce la coscienza più grande e non fisica che possediamo in mondi non fisici a una dimensione più limitata per la durata della nostra vita mortale.

Come il cervello lavora sodo in ogni nostro istante di coscienza per filtrare il bombardamento di informazioni sensoriali che ci arrivano dall’ambiente fisico circostante, selezionando il materiale che effettivamente ci serve per sopravvivere, allo stesso modo dimenticare la nostra identità transterrena ci consente anche di essere “qui e ora” in modo assai più efficace.

[…]

Il vero pensiero non è questione di cervello.

Ma siamo stati, in parte per merito del cervello stesso, così abituati ad associare la nostra intelligenza con ciò che pensiamo e che siamo, che abbiamo perso la capacità di renderci conto che siamo molto più che semplici cervelli e corpi fisici che eseguono i nostri ordini.

Il vero pensiero è pre-fisico. Questo è il pensiero-dietro-il-pensiero responsabile di tutte le nostre scelte fondamentali che operiamo in questo mondo.

Davanti a questa intelligenza libera e interiore, il nostro pensiero ordinario è disperatamente lento e confuso.

[…]

Ma, mentre ero in coma, il mio cervello non aveva lavorato in modo sbagliato. Non aveva lavorato affatto.

La parte del cervello che, come mi avevano insegnato anni di studi di medicina, era responsabile della creazione del mondo in cui vivevo e mi muovevo, e deputata alla raccolta dei dati grezzi percepibili attraverso i sensi per modellarli in un universo sensato, ebbene, quella parte del cervello era spenta e fuori uso.

Eppure, nonostante tutto, io ero vivo e cosciente, veramente cosciente, in un universo caratterizzato soprattutto dall’amore, dalla coscienza e dalla realtà.

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