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In copertina la famosissima foto del Congresso Solvay della Fisica, del 1927 a Bruxelles, ha un fascino intramontabile.

Ventinove scienziati riuniti per 5 giorni di incontri che Einstein chiama scherzosamente “il sabba delle streghe”.

Quella foto li ritrae tutti, due file di uomini seduti e una in piedi.

Unica donna: Marie Curie.

Poi Eisenstein, Planck, Bohr, Pauli, Heisenberg, Bragg, Born, Schrödinger, e tutti i grandi nomi dell’epoca.

Da qui parte l’avventura de’ L’incredibile cena dei fisici quantistici.

Niente nella vita va temuto, dev’essere solamente compreso. Ora è tempo di comprendere di più, così possiamo temere di meno.

Marie Curie
La fisica quantistica nasce grazie al contributo di questo gruppo di persone che si sono messe in gioco, che coraggiosamente hanno messo in dubbio la rassicurante fisica classica, andando contro la comunità scientifica, e insieme hanno cambiato le sorti del mondo.

Il primo ritrovo ufficiale fu nel 1911, sempre a Bruxelles.

L’ideatore e il finanziatore di questi convegni a cadenza triennale fu Ernest Solvay, ricco industriale che ebbe l’intuizione di riunire le menti più eccelse con l’intento di fare qualcosa di utile per l’umanità.

A scrivere questo piacevolissimo romanzo è una fisica, Gabriella Greison, che ci racconta alcuni particolari della vita di questi scienziati, inserendo spiegazioni di fisica quantistica.

E poi, con abilità e grazia, ci invita a partecipare alla cena finale del convegno del 1927, alla presenza dei reali del Belgio.

L’autrice ci incanta e ci diverte, immaginando come si sia svolta quella cena, partendo da documenti raccolti a Bruxelles, quali la distribuzione dei posti a tavola e il menù.

Il libro è un intreccio di cose vere, cose veritiere, cose probabili e inventate.

La Greison specifica tutto nell’introduzione; per cui sono veri i discorsi sulla fisica, i tratti della personalità di queste celebrità e alcune curiosità.

Poi, basandosi su varie letture e sulla propria creatività, nasce il romanzo.

Ogni capitolo ha il titolo di una portata del menù, e i discorsi attorno alla tavola – che siano concetti complessi o chiacchierate tra commensali – si leggono molto piacevolmente.

«Così, tra una portata e l’altra, travolti dalla narrazione in presa diretta, ci troviamo come per magia a capire concetti di fisica, ascoltandoli direttamente dalla voce di chi li ha ideati. E al termine di questa davvero incredibile cena, ci alziamo anche noi dal tavolo, divertiti e più colti di quando ci siamo seduti.»

L’incredibile cena dei fisici quantistici

Di seguito ti lasciamo un breve estratto del libro.

I fisici, quando erano circondati da altre persone, si davano del lei.

Se si trovavano a discutere tête à tête, allora no, il tu era preferibile.

Una delle cose che li accumunava tutti era la passione per il treno, e quindi molto spesso si davano appuntamento in stazione, o direttamente nelle carrozze, per fare viaggi insieme. Le discussioni che avvenivano sui treni avevano qualcosa di speciale.

Era come se le loro menti viaggiassero più velocemente: sommando quella del treno e quella della testa, si otteneva una velocità maggiore della somma matematica delle due.

In treno si potevano condurre moltissimi esperimenti, non soltanto per il moto relativo delle carrozze rispetto alla terra, ma anche per il movimento che avveniva in ogni scompartimento. In treno, fisica classica e relatività trovavano ampio terreno di gioco.

I fisici, inoltre, erano perfettamente sincronizzati su cambi d’argomento vorticosi, che altri non riuscivano a seguire.

Per il resto, nella vita pratica di tutti i giorni, erano abbastanza inetti. Non erano bravi a svolgere le questioni burocratiche, dimenticavano le ricorrenze, non sapevano mai cosa mancava in dispensa e non trovavano le chiavi di casa.

Infine, per loro la componente del gioco era una questione di vita o di morte. Se non riuscivano a giocare con qualcosa, oggetti, pensieri, storie, per loro era come morire.

[…]

La prima volta che seguì una lezione di Einstein, dopo che il fisico tedesco mise giù il gessetto e si girò verso il pubblico, Pauli urlò dal fondo della sala, con tono tronfio: «Sapete, ciò che Einstein dice non è poi così stupido!»

[…]

Dirac era un grande cantore della bellezza della matematica. Per lui, l’unico motivo di vita era trovare l’estetica nelle formule matematiche, voleva raccontare a tutti la bellezza di una formula matematica, e crearne una tutta sua, che rispondesse ai suoi canoni. L’amore della sua vita era la matematica, i numeri e nient’altro. Voleva creare la formula matematica più bella del mondo. E ci riuscirà.

Il primo studio solitario che Dirac condusse su un argomento di fisica fu sui principi della relatività di Einstein.

A sei mesi dall’arrivo a Cambridge come studente, pubblicò due documenti sulla meccanica statistica, e all’età di 22 anni scrisse il suo primo articolo sui problemi della meccanica quantistica.

Scriverà l’equazione più bella (esteticamente) della fisica.

Equazione che Pauli, naturalmente, non approverà mai.
E commenterà così: «Il capitolo più triste della fisica moderna.»

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