La filosofia e il pensiero politico che lo impregna parlano all’umanità dalla mente aperta e abituata al pensiero critico.
Leggendolo ci rendiamo conto del motivo per cui i governi stanno modificando le materie scolastiche, eliminando la storia e la filosofia: il passato insegna dalle esperienze e la filosofia insegna a pensare e a discernere.
Il libro di Hannah Arendt è un piccolo prezioso contributo a tutto questo.
Immersi nel linguaggio filosofico che rende omaggio al nostro intelletto esaminiamo un dato periodo storico americano e ne deduciamo i risultati a livello mondiale sull’umanità.
Tedesca di origini ebraiche, fuggì dalla Germania nazista, si trasferì per un periodo in Francia, per poi stabilirsi negli Stati Uniti nel 1940, dove poté esprimere il suo impegno intellettuale e filosofico e il suo pensiero politico di essere umano che “pensava da sé”, in piena autonomia e libertà.
Hannah Arendt
“Ciò che ti confonde è che le mie argomentazioni e il mio metodo sono diversi da quelli cui tu sei abituato; in altre parole, il guaio è che sono indipendente.
Con questo intendo dire, da un lato, che non appartengo ad alcuna organizzazione e parlo sempre solo per me stessa; dall’altro, che credo profondamente nel Selbstdenken (il pensare da sé, NdC) di Lessing, che né l’ideologia, né l’opinione pubblica, né le ‘convinzioni’ potranno mai sostituire.
Qualunque cosa tu possa obiettare a queste conclusioni, non le capirai se non ti renderai conto che sono davvero mie e di nessun altro.”
Il libro è breve e contiene “solo” tre capitoli.
Nel primo capitolo l’autrice esamina l’idea di disobbedienza civile partendo dalle teorie dei filosofi precedenti, in particolare Socrate, Platone, Aristotele e Thoreau.
Nel secondo capitolo la Arendt critica il livello a cui è arrivata la criminalità negli Stati Uniti.
La critica si estende al sistema giudiziario e alla situazione politica americana interna ed estera (siamo negli anni della guerra del Vietnam).
Secondo la scrittrice, le leggi non possono portare il cambiamento, il quale necessariamente deve provenire, e proviene sempre, dal basso, dal popolo.
È improbabile che la disobbedienza civile praticata da un singolo individuo sia efficace; costui sarà preso per eccentrico, più interessante da osservare che da reprimere.
La disobbedienza civile è efficace se praticata da un gruppo di persone unite da un interesse comune.
La disobbedienza civile insorge quando un numero significativo di cittadini si convince che i canali consueti del cambiamento non funzionano più, che non viene più dato ascolto né seguito alle loro rimostranze o che, al contrario il governo sta cambiando ed è indirizzato o ormai avviato verso una condotta dubbia in termini di costituzione e legalità.
Parla dei fenomeni di disobbedienza e ribellione che si svolgono proprio in quegli anni negli USA e che traggono origine dalle leggi razziali americane.
Infine, lancia uno sguardo alle associazioni volontarie che si formano per un obiettivo preciso e che potrebbero dare forma alla disobbedienza civile… ma spesso non succede, come leggiamo in questo brano:
Certo da molto tempo non si trovano più “associazione morali e culturali” tra le associazioni volontarie, che invece oggi sembrano nascere solo per proteggere gli interessi di alcuni gruppi di pressione e dei loro rappresentanti a Washington.
Sono sicura che la dubbia reputazione di questi ultimi sia meritata, così come lo è stata spesso quella dei politici di questo paese.
Il fatto è che i gruppi di pressione sono essi stessi delle associazioni volontarie e sono anch’essi riconosciuti a Washington, dove esercitano un’influenza tale da meritare il nome di “vicegoverno”.
Esse sono scolpite nella mente di coloro che praticano la disobbedienza civile. […]
Durante il processo a suo carico, Socrate non mette mai in discussione le leggi in sé ma soltanto l’errore giudiziario di cui è stato vittima e che chiama «sorte».
La sua sventura non lo autorizza a «violare i patti e gli accordi» con la legge; non è sulla legge che ha da ridire, bensì sui giudici. […]
Sappiamo anche, dall’Apologia, che Socrate avrebbe potuto scegliere di non continuare a esporre in pubblico le sue dissertazioni, che senza dubbio seminavano dubbi sui costumi e sui valori stabiliti, ma che di nuovo preferì la morte perché «una vita senza indagine non è degna di essere vissuta».
In altre parole, se fosse fuggito, Socrate non avrebbe onorato la sua parola; avrebbe vanificato tutto ciò che aveva costruito durante il processo, contribuendo «ad avvalorare l’opinione dei giudici, per cui si crederà che abbiano emesso una sentenza giusta».
Restare e morire era un dovere verso se stesso e verso i cittadini ai quali aveva parlato.
«Si tratta del pagamento di un debito d’onore da parte di un gentiluomo che ha perso una scommessa e la salda, altrimenti non potrebbe più vivere in pace con se stesso». […]
Il caso di Thoreau, benché molto meno drammatico – trascorse una notte in carcere perché si era rifiutato di pagare l’imposta elettorale a un governo che consentiva la schiavitù, ma il giorno dopo permise a una sua zia di farlo per lui –, sembra a un primo sguardo più pertinente al nostro dibattito perché, diversamente da Socrate, Thoreau protesta contro l’iniquità delle leggi. […]
In On the Duty of Civil Disobedience [La disobbedienza civile, ndt], il celebre saggio che scrisse dopo l’accaduto e che sancì l’ingresso dell’espressione «disobbedienza civile» nel nostro vocabolario politico, non indagò il legame morale del cittadino nei confronti della legge, bensì la coscienza individuale e l’obbligo morale della coscienza: «In generale non è dovere dell’individuo dedicarsi a sradicare ogni male, fosse anche il più abietto; può benissimo dedicarsi ad altre occupazioni; ma è suo dovere tenere le mani pulite».
Thoreau non pensa che tenendo le mani pulite l’uomo renderebbe il mondo un posto migliore, né che sia un suo dovere farlo.
«Non è venuto al mondo per renderlo un posto migliore in cui vivere, ma per viverci e basta, bello o brutto che sia.»
In effetti è così che veniamo al mondo: siamo fortunati se quello in cui approdiamo al momento della nascita è un bel posto o almeno un posto in cui gli abusi non siano «tali da renderci agenti di ingiustizia nei confronti degli altri».
Perché solo in quel caso «direi: “Infrangete la legge”».Thoreau aveva ragione: la coscienza individuale non esige niente di più.
Online è disponibile un’anteprima del libro: clicca qui per leggere le prime 10 pagine di Disobbedienza Civile di Hannah Arendt.
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Il libro è disponibile in vari store online, come Macrolibrarsi.
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