Mentre nei cinema la gente si affolla per vedere il film di Christopher Nolan su Ulisse, noi cogliamo l’occasione per riprendere il testo originale e sondare l’animo degli antichi Greci, avvicinandoci così alla sua autenticità, alle “vere” parole di Omero, lasciandoci condurre tra mostri e giganti, mari in tempesta e combattimenti, e sicuramente nel cuore dei personaggi principali.
Di questo splendido libro sono stati creati molti film, per TV e cinema, eppure quello che a nostro avviso rimane la versione più bella e più aderente al libro è quella del 1968 (ancora visibile su RaiPlay), una mini-serie TV italiano-europea, con la regale Irene Papas a interpretare Penelope e il bravissimo Bekim Fehmiu come Ulisse!
Te lo consigliamo vivamente!
Quando a se stesso i mali fabbrica,
dei suoi mali a noi dà carico
e la stoltezza sua chiama destino.”
Chiaramente ogni traduzione è differente e leggere versi antichi potrebbe a volte risultare leggermente ostico. Delle varie edizioni pubblicate, noi abbiamo scelto la traduzione edita da Feltrinelli, a nostro avviso tradotta in modo più immediato e anche un po’ più semplice di altre.
Puoi trovare online alcune versioni del testo, persino quella storica di Ippolito Pindemonte (datata 1822!).
In ogni caso, poter leggere un’opera dal libro cartaceo è sempre un piacere più autentico.
La paternità di quest’opera fu attribuita a Omero, poeta greco dell’VIII secolo a.C., anche se alcuni hanno posto in dubbio la cosa.
Tutto è avvolto dal silenzio del Tempo e non ci è dato sapere quale sia la verità.
La storia la conosciamo tutti.
Incontriamo Odisseo (Ulisse per i Romani) dopo la fine della leggendaria guerra di Troia, già narrata nel precedente libro dell’Iliade.
Quella guerra era durata ben 10 lunghi anni e fu vinta grazie all’astuzia di Ulisse, il quale riuscì a interrompere l’assedio tramite un cavallo di legno in cui si nascosero i suoi uomini.
Ma nel momento in cui iniziamo a leggere il libro, altri 10 lunghi anni sono passati, anni in cui il nostro eroe ha sfidato gli dei e ne è stato vittima.
Avventure di tutti i tipi, navi distrutte e il bottino di guerra finito in mare, tutti i suoi uomini uccisi da mostri o intemperie. Solo, il nostro eroe è trattenuto dalla bellissima ninfa Calipso sulla sua isola, ma il suo cuore piange e il suo animo desidera tornare nella sua terra.
Atena, la Dea che lo protegge, decide quindi di appellarsi al padre, Zeus, e richiedere che egli riesca a lasciare l’isola e riprendere il mare verso Itaca, la sua patria.
Da lì Ulisse compirà il viaggio verso la terra dei Feaci; a loro – e a noi lettori – egli racconterà le vicende dei 10 anni passati dopo la vittoria di Troia, ed essi gli forniranno la nave (come da profezia) per permettergli di attraccare finalmente a Itaca.
Lì intanto Penelope e il figlio Telemaco cercano di sostenere la rozza presenza che i principi dell’isola impongono alla sposa di Ulisse, in quanto pretendono che questa scelga uno di loro come suo nuovo legittimo marito (supponendo tutti che Ulisse fosse morto, dopo tutti quegli anni).
Il rientro in patria di Odisseo porterà giustizia nella sua casa e ancora morte nella vita del nostro eroe.
Sicuramente amiamo questo poema per la dolce onda dei versi che ci accompagna attraverso i 24 libri dell’opera. Rileggere un testo antico, e in versi, è una gioia per il lettore che ama la qualità dello scritto.
La storia è avvincente e affascinante, a volte non priva di orrore, rivestita di fatalismo (tutto ruota intorno a una serie di profezie); è forte la presenza degli dei, dei loro capricci, ma anche della loro volontà di proteggere gli esseri umani che amano, tanto da essere disposti disposti a scendere sulla Terra, mutar forma e indossare anch’essi panni umani per aiutarli.
L’Odissea è un libro che ha molto da dire, e solo uno studio profondo e accurato riuscirebbe a mettere in luce il dramma e la disperazione nascosti dietro ogni incredibile avventura di Ulisse.
L’eroe è costretto persino a scendere nell’Ade per incontrare i defunti! E mentre è Tiresia l’anima con cui è necessario che egli parli, al fine di ottenere informazioni per poter ritornare a Itaca, Ulisse piange e si dispera alla vista della propria madre, deceduta di crepacuore durante la sua assenza, credendolo morto.
Odisseo eroe e uomo, forte e astuto, ma anche disperato e vinto dagli eventi.
Ecco cosa ci consegna questo testo: il senso profondo della ricerca e del viaggio come sperimentazione di sé, di metamorfosi per adattarsi agli eventi esterni, pur rimanendo interiormente sempre centrato in se stesso.
E la dea dagli occhi lucenti ispirò nell’animo a lei, a Penelope, la saggia figlia di Icario, di offrire ai Pretendenti, l’arco e le scuri di ferro, nella memoria di Odisseo, per la gara che fu principio di morte. L’alta scala salì nella casa, e prese la chiave ricurva, la bella chiave di bronzo dall’impugnatura d’avorio, e insieme alle ancelle mosse verso la stanza ultima, dov’erano i tesori del re: oro e bronzo, e il ferro che si lavora a fatica.
Là era l’arco flessibile e la faretra per i dardi, colma di frecce amare.
[…]
Ma quando giunse alla stanza, la donna divina, e fu sulla soglia di quercia che l’artigiano, un tempo levigò abilmente e raddrizzò con la squadra, e poi vi dà gli stipiti e mise le lucide porte, rapida sciolse dall’anello la cinghia, infilò dritta la chiave e spinse via chiavistelli: emise un suono la porta, come il muggito di un toro al pascolo. Risuonarono così i battenti al giro di chiave, e subito si spalancarono.
Lei salì sull’alto soppalco dov’erano le cassapanche e, dentro, le vesti odorose; di qui si protese e dal chiodo staccò l’arco, che nel suo fodere lucente era avvolto. E lì si mise a sedere, tenendolo sulle ginocchia, e tra i singhiozzi, piangendo, estrasse l’arco del re.
Ma quando fu sazia di pianti e lamenti, mosse verso la sala, dai nobili Pretendenti, tenendo in mano l’arco flessibile e la faretra, colma di frecce amare; le ancelle la seguivano portando una cesta dove erano le scuri di ferro e di bronzo per le gare del re. E quando giunse tra i Pretendenti, la donna divina si fermò accanto a un pilastro del tetto ben costruito, coprendosi il volto con il velo splendente; le stavano a fianco da una parte dall’altra le ancelle fedeli.
Ai Proci essa si rivolse e disse: “Ascoltatemi, Pretendenti superbi che in questa casa siete piombati per bere e mangiare senza misura, nella casa di un uomo che da tanto tempo è lontano, e nessun altro pretesto avete potuto trovare se non che volete sposarmi, prendermi in moglie. Orsù, Pretendenti, ecco una gara per voi: io offrirò il grande arco del divino Odisseo. E chi più facilmente lo tenderà con le mani e passerà con la freccia tutte le 12 scuri, quello io seguirò, lasciando questa casa nuziale così bella e così ricca, della quale penso che mi ricorderò anche in sogno”.
Così disse, e ad Eumeo, guardiano di porci, ordinava di offrire ai Pretendenti l’arco e le scuri di ferro. Eumeo prese l’arco e lo depose, piangendo. Anche il guardiano di buoi piangeva quando vide l’arco del re.
Ma, rimproverandoli, Antinoo parlò e disse: “Stupidi contadini, dal pensiero corto, miserabili, perché piangete e a lei turbate il cuore nel petto? Già soffre dolori nell’animo perché ha perduto l’amato sposo. Ma sedete mangiate in silenzio, oppure andate a piangere fuori e lasciate qui l’arco, che per i Proci sarà funesto strumento di gara: perché io non credo sia facile tendere quest’arco lucente. Non c’è tra noi tutti un uomo pari a Odisseo: io l’ho veduto, e me lo ricordo, anche se ero ancora un bambino”.
Disse così, ma sperava in cuor suo di tendere la corda e trapassare col dardo le scuri. E invece doveva per primo gustare la freccia scagliata dal nobile Odisseo, che allora egli offendeva nella sua casa, incitando tutti i compagni.
E il nobile e forte Telemaco disse: “Ahimè, il senno mi ha tolto il figlio di Crono! Dice mia madre, sebbene sia saggia, che seguirà un altro e lascerà questa casa; e io rido e mi diverto con animo stolto! Ma Via, Pretendenti, ecco il premio per voi: una donna che non ha l’eguale, in terra d’Acaia, né Pilo sacra, né ad Argo, neanche a Micene, neppure Itaca o terraferma. Ma questo lo sapete anche voi, non c’è bisogno che io lodi mia madre. Orsù, non cercate pretesti, non rinviate più a lungo la prova dell’arco, affinché possiamo vederla. Voglio provare io stesso, e se riuscirò a tenderlo e a passare col dardo le scuri, non dovrà andarsene allora mia madre con un altro uomo, lasciando questa casa e me nel dolore, perché io rimango, io che sono capace di sostenere ormai le belle gare del padre”.
Disse, e si alzò in piedi, dalle spalle si tolse il rosso mantello, staccò la spada affilata. E per prima cosa dispose le scuri, dopo aver scavato per tutte un’unica lunga fossa tirata a filo di squadra, ai lati vi ammassò della terra. Stupirono tutti vedendolo come le mise con ordine, poiché prima non le aveva mai viste; andò poi a mettersi sulla soglia, e tentava di tendere l’arco: per tre volte tentò, desideroso di tenderlo, per tre volte gli mancò la forza di tirare la corda e trapassare col dardo le scuri, benché lo sperasse nel cuore; e alla quarta sarebbe riuscito, tirando con tutte le forze, ma Odisseo gli fece cenno e lo fermò nel suo slancio.
Allora disse loro il nobile e forte Telemaco: “Ahimè, forse è destino che io sia debole e inetto, o sono troppo giovane e non posso fidarmi delle mie mani per difendermi da chi mi offende per primo. Ma voi, che siete più forti di me, provate a tendere l’arco, portiamo a compimento la gara”.
Disse così, e a terra depose l’arco, appoggiandolo ai saldi e ben levigati battenti; alla maniglia appoggiò invece la rapida freccia. Poi tornò a sedersi sul trono da dove si era levato.
Antinoo allora parlo, figlio di figlio di Eupite: “Alzatevi tutti, compagni, uno dopo l’altro, incominciando da destra, da dove si inizia a versare il vino”. Così disse Antinoo, piacquero le sue parole.
E Leode per primo si alzò, figlio di Enopo che era l’aruspice e sempre in fondo sedeva, accanto alla grande coppa del vino. Era il solo a odiare i soprusi degli altri, con tutti i Proci era adirato. Per primo, allora egli prese l’arco e la rapida freccia. Andò a mettersi sulla soglia e tentava di tendere l’arco, ma non riuscì, si stancarono prima a tirare le sue mani deboli e delicate.
Disse allora ai Pretendenti: “Amici, io non riesco, qualcun altro ci provi. Ma a molti valorosi prìncipi quest’arco toglierà l’ardore e la vita. Perché molto meglio morire piuttosto che vivere avendo fallito lo scopo per cui qui ci raduniamo sempre, ogni giorno, aspettando. Se qualcuno sperava nel cuore e ardeva di sposare Penelope, la sposa di Odisseo, dopo che avrà provato a tendere l’arco, vada a fare la corte ad un’altra delle Achee dalle belle vesti e la conquisti con i doni, ed essa sposi chi le offre di più, chi le destina la sorte”.
Disse così, e a terra depose l’arco, appoggiandolo ai saldi e ben levigati battenti; alla maniglia appoggiò invece la rapida freccia. Poi tornò a sedersi sul trono da dove si era levato.
Ma lo rimproverò Antinoo e gli disse: “Leode, quale parola ti è uscita di bocca, aspra e cattiva, a sentirla mi indigno: che ai prìncipi quest’arco toglierà l’ardore e la vita, perché tu non sei capace di tenderlo. Certo tua madre non ti ha generato arciere, capace di scagliare dardi: ma altri nobili Proci ci riusciranno ben presto”.
[…]
E dopo che ebbero libato e bevuto quanto il cuore voleva, disse loro l’accorto Odisseo, meditando l’inganno: “Pretendenti della gloriosa regina, ascoltate, vi dirò quello che il cuore mi detta nell’animo. A Eurimaco io mi rivolgo, e ad Antinoo simile a un Dio che nel modo giusto ha parlato, e prego che smettano la gara dell’arco e si affidino ai nomi. Domani il Dio concederà forza a chi vuole. Ma ora date a me il lucido arco, perché tra di voi provi la forza delle mie mani, se in me c’è ancora il vigore che avevo prima nelle agili membra, o se la vita errabonda e gli stenti me l’hanno ormai tolto del tutto”.
Così parlò ma si adirarono tutti, temendo che riuscisse davvero a tendere il lucido arco.
E lo rimproverò Antinoo e gli disse: “Miserabile, sei pazzo davvero. Mangi tranquillo in mezzo a noi, non ti manca il cibo, ascolti le nostre parole, i nostri discorsi, e non ti basta: nessun altro, straniero o mendicante, ascolta ciò che diciamo. È il dolce vino che ti turba la mente, il vino che anche ad altri fa male quando lo bevono a piena gola e senza misura.
Così io a te predico una grande sventura, se tendi l’arco; non troverai più amicizia tra noi: dal re Echeto, flagello degli uomini, ti spediremo su di una nave nera, e lì non avrai scampo. Sta dunque tranquillo, e bevi, non misurarti coi giovani”.
[…]
E il guardiano, portando l’arco attraverso la sala, si avvicinò al valoroso Odisseo e glielo mise tra le mani. Poi sedette sul seggio da cui si era levato, con gli occhi fissi su Odisseo. Egli aveva già in mano l’arco e lo girava da ogni parte, toccandolo, per vedere se i tarli avessero corroso il legno, mentre era lontano.
E rivolto al vicino qualcuno diceva: “Ha occhio e mano per gli archi costui, forse ne ha uno simile a casa o vuole farselo, a vedere come se lo rigira questo vagabondo tra le mani”.
E un altro di quei giovani alteri diceva: “Possa avere così poca fortuna quanto ne avrà nel tendere l’arco”.
Così dicevano i Pretendenti.
Ma l’accorto Odisseo, dopo aver sollevato e guardato bene il grande arco, come quando un esperto suonatore di cetra senza sforzo tende la corda intorno alla nuova chiavetta, fissando da una parte e dall’altra il ritorto budello di pecora, così, senza sforzo, tese il grande arco Odisseo.
Toccò con la mano destra la corda ed essa mise un suono bellissimo, simile a voce di rondine. Presi da grande spavento, impallidirono i Proci.
Zeus tono forte, manifestando il suo segno: e fu lieto il paziente Odisseo che un segno gli avesse inviato il figlio di Crono, dalla mente sottile. Prese una rapida freccia che accanto a lui giaceva su un tavolo, la pose nel mezzo, tese la corda e, restando seduto dov’era, lanciò la freccia mirando dritto, non fallì il primo colpo, tutte le scuri attraversò uscendo dall’altra parte il dardo dalla punta di bronzo.
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